Un confronto aperto tra Tadao Andō e Oscar Niemeyer, esplorando la loro visione dell’architettura e l’uso poetico del cemento come mezzo espressivo.
Il pugile autodidatta e lo studente devoto. Il minimalismo calligrafico e l’espressionismo femmina. L’apolitico e il politico. Tadao Andō e Oscar Niemeyer. Due uomini, architetti, mondi e pensieri antitetici uniti dalla ricerca di una poetica architettonica e l’uso del cemento. Due geni che, pur seguendo strade diverse, hanno rivoluzionato l’estetica del loro tempo.
Tadao Andō sviluppa un linguaggio essenziale, profondamente influenzato dal pensiero Zen e dalla concezione giapponese del vuoto. Per lui, l’architettura non è solo un contenitore di funzioni, ma un luogo di introspezione. Il silenzio è una componente essenziale delle sue opere, così come la luce, che penetra nei suoi spazi in modo controllato, come nella chiesa della Luce: una croce scavata nel cemento non è solo un simbolo religioso, ma una manifestazione di un’architettura che si fa esperienza mistica, dove il materiale si dissolve per lasciare spazio all’immateriale.
Oscar Niemeyer, al contrario, concepisce l’architettura come celebrazione della vita. Il suo pensiero è profondamente umanista e collegato a una visione sociale dell’arte. Per Niemeyer, l’architettura non è prigione geometrica, ma danza fluida che riflette la bellezza della natura e della libertà umana. La cattedrale di Brasilia ne è un perfetto esempio: le sue colonne curve sembrano un’esplosione di energia, una tensione verso il cielo che simboleggia l’elevazione spirituale e collettiva. Il suo pensiero è chiaro: l’architettura deve emozionare, deve coinvolgere l’uomo nel suo spazio e dargli una sensazione di meraviglia e appartenenza. L’architettura raggiunge una dimensione sociale e politica attraverso la firma stravagante del suo creatore.
Se il cemento è stato storicamente considerato un materiale industriale, freddo e anonimo, Andō e Niemeyer lo hanno elevato a mezzo espressivo, dotandolo di una dimensione quasi metafisica.
Per Andō, il cemento è il supporto della sua filosofia dell’essenziale. Le sue superfici lisce e impeccabili, ottenute con casseforme di legno meticolosamente realizzate, creano una texture uniforme e morbida alla vista. Il cemento nei suoi edifici è al contempo solido e immateriale: grazie al gioco di luci e ombre, alla relazione con la natura e agli spazi vuoti, diventa un mezzo per evocare silenzio e riflessione. Nel museo di Naoshima, il cemento non è un elemento di separazione, ma un filtro che permette il dialogo tra uomo, arte e paesaggio.
Niemeyer, invece, usa il cemento come materia plasmabile, in grado di dare forma al suo ideale di libertà. Per lui, la rigidità del razionalismo modernista andava superata con un linguaggio più espressivo e sensuale. Il cemento armato diventa così un mezzo per disegnare curve audaci e leggere, evocando il movimento della natura e del corpo umano. Nella Casa das Canoas, la struttura sinuosa dell’edificio si fonde con il paesaggio tropicale, dimostrando come il cemento possa essere allo stesso tempo organico e innovativo. Niemeyer non usa il cemento per costringere lo spazio, ma per liberarlo, dando vita a costruzioni che sembrano fluttuare.
A prima vista, Andō e Niemeyer sembrano incarnare due visioni opposte: uno fatto di rigore e meditazione, l’altro di esuberanza e libertà. Eppure, al di là delle differenze, li unisce un aspetto essenziale: entrambi trasformano il cemento in un linguaggio dell’anima. Questo materiale, che la modernità aveva ridotto a simbolo di freddezza industriale, si trasfigura nelle loro mani in un mezzo di elevazione spirituale e poetica.
Per Andō, il cemento è il silenzio che custodisce la luce, lo spazio rarefatto dove il vuoto si riempie di significato. Per Niemeyer, è la materia fluida che danza con il paesaggio, il segno di un’architettura che non teme l’emozione. Uno scava nella materia per trovare l’invisibile, l’altro la piega alla volontà dell’immaginazione. Ma entrambi dimostrano che il cemento non è solo struttura: è narrazione, è filosofia, è un ponte tra l’uomo e il mondo.
L’architettura di Andō e Niemeyer ci insegna che la materia più semplice può contenere la più alta delle aspirazioni. Nel loro cemento si incontrano silenzio e movimento, rigore e libertà, introspezione e collettività. È il fulcro della loro poetica, la sintesi delle loro visioni, il mezzo attraverso cui le loro architetture parlano non solo agli occhi, ma all’anima di chi le abita.
Immagine in copertina: Tadao Andō, The Oval, 1995. Calcestruzzo. Benesse Art Museum, Naoshima.
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